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Alfredo Li Pira

Italiano, buongustaio, giramondo, viaggiatore, appassionato di vela, di fotografia, etc. etc. Più in generale, curioso...

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Considero Manzini uno dei migliori giallisti italiani del momento: la sua serie sul commissario (anzi, vicequestore) Schiavone, ambiguo poliziotto romano esiliato ad Aosta, è stata un crescendo, sia in termini di spessore narrativo, che di esplorazione psicologica dei personaggi, mai banali nella loro complessità spesso ambigua. Pur non lasciando dubbi al lettore rispetto a chi siano i buoni o i cattivi, tutti i personaggi sono umani, e in quanto tali complessi e fallibili.

Sellerio ripropone adesso, con “La giostra dei criceti”, uno dei primi testi di Manzini, risalente agli inizi della sua carriera, quando il vicequestore Schiavone era ancora in mente dei. La lettura della “Giostra” permette di vedere quanto Manzini sia maturato come scrittore. La “Giostra” è ben lungi dalla qualità narrativa degli ultimi libri di Manzini. Ha una trama a volte troppo complessa, che tenta, non sempre con successo, di far intrecciare vari sottotrame. I registri narrativi si alternano, dalla tragedia alla farsa, con transizioni a volte stridenti. I personaggi sono in molti casi bidimensionali, senza alcuna traccia della profondità psicologica di uno Rocco Schiavone. E, in molti passaggi, l’autore cede alla tentazione del grand guignol con descrizioni di spargimento di sangue inutilmente dettagliate – tentazione questa a cui sembrano abbandonarsi molti suoi colleghi, in primis Massimo Carlotto, la cui parabola discentente degli ultimi anni è particolarmente triste.

Nel caso di Manzini invece la lettura di questo libro permette di apprezzare una parabola ascendente, ovvero quanto l’autore sia cresciuto e maturato rispetto ai propri inizi. Ciò detto, la “Giostra” è un libro che, con tutti i suoi difetti, si lascia leggere. Come scrive l’autore stesso nella breve introduzione, una sua riedizione avrebbe forse dovuto essere accompagnata da una riscrittura. Ma, nelle mani del Manzini di oggi, sarebbe diventato un altro libro. Leggerlo così com’è ci fa invece apprezzare il Manzini in versione 2016 come uno scrittore che sta seguendo un percorso in cui non ha fatto che migliorare, e ci fa sperare che prosegua su questa strada.